INDUSTRY4.0: IN ITALIA NON SI É ANCORA CAPITO UN CAZZO!

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Articolo rigorosamente ‘politically incorrect’ sull’applicazione dell’Industry4.0

Si fa tanto parlare a tutti i livelli, ogni giorno c’è un guru che si dice superiore a chiunque altro, la politica emana bandi di finanziamento dedicati esclusivamente a questo nuovo tema: Industry4.0 – ed io rabbrividisco d’orrore.

Prima di tutto parliamo di scenario: ma quando ragioniamo di progresso digitale dobbiamo renderci conto che la situazione, nel nostro paese, è la seguente:

  1. Prima di tutto il contesto dimensionale delle imprese in Italia:

Il 90% delle imprese italiane hanno meno di 5 dipendenti, significa che stiamo parlando un una realtà ‘polverizzata’, iperframmentata in milioni di rivoli dove è difficile ‘fare sistema’, nella quale anche le economie di scala non trovano facile ambito di applicazione.

    2.  La situazione del ‘digital divide’ in Italia: pensiamo che c’è ancora un buon 16% di distretti, clusters, industriali che non è raggiunto da una banda superiore ai 20 Mbps, in realtà la media si ferma ai 4,7 Mbp. In ogni distretto si collocano svariate centinaia, quando non migliaia, di aziende, spesso le più deboli nella fascia delle PMI.

   3. Le imprese italiane ed il web, solo il 63% delle aziende (sopra i 10 dipendenti) dispone di un sito Web. Poche quelle che acquistano online (27%) e ancor meno quelle che vendono via Internet (5,4%). Per le imprese sotto i 10 dipendenti la situazione è ancora più sconsolante. Poco più del 60% delle imprese ha interagito con la pubblica amministrazione tramite il canale web, ma meno di un terzo del totale delle imprese offre servizi ai propri clienti tramite internet. 

   4. L’apporto della politica nazionale. Il Ministero dello sviluppo economico ha da poco aperto un bando di finanziamento per promuovere la diffusione dell’Industry4.0, credo che questo bando renda evidente in modo clamoroso che si è capito ben poco della reale situazione del settore manifatturiero nazionale. In una fase di congiuntura economica negativa, seppur con segnali di ripresa, è evidente quanta fatica le imprese italiane stanno impiegando per tenersi agganciate alle opportunità che si realizzano soprattutto negli ambiti internazionali; ora un bando che punta tutto in un aggiornamento delle dotazioni tecnologiche, le macchine, seppur di ultima generazione certifica che anche la politica non ha capito nulla di cosa significa un processo di implementazione dei concetti dell’Industry4.0.

Sarebbe lungo e forse anche noioso in questa sede addentrarsi nei dettagli di tutti gli aspetti che riguardano il processo di adozione delle strategie Industry4.0, ma non possiamo prescindere dal concetto di ‘smart factory’ e questo si esplicita attraverso le implementazioni integrate di principi di ‘smart production‘ ovvero sistemi di interazione tra tutti gli elementi del ciclo produttivo (operatori/macchine/strumenti); ‘smart services‘ ovvero sistemi di comunicazione informatici che permettano di unire in un unico flusso informativo tutti i soggetti coinvolti nel processo produttivo, interni ed esterni; ‘smart energy‘ ovvero una corretta ponderazione dei consumi di energia e di conseguente impatto ambientale di ogni fattore in gioco.

Il nucleo unificante di di tutto questo processo è la cultura delle imprese e delle persone che ne sono elemento fondante, ma di questo non si fa menzione praticamente mai, nel bando ministeriale si finanziano le macchine, le tecnologie, gli investimenti in proprietà intellettuale, nessun accenno alla formazione, nella maggior parte di quello che si legge in giro il tema è tutto tecnologico-centrico, si parla di ‘internet of things’, ma in buona sostanza, come si può evincere dai dati sopra, un buon 90% delle aziende saranno estromesse da questa evoluzione, lo sono per vincoli interni, per ostacoli esterni e per incapacità di indirizzo politico.

Come rendere le persone nelle aziende, soprattutto quelle coinvolte nei processi operativi delle imprese manifatturiere, in grado di riposizionarsi, di poter comprendere ed interpretare il nuovo ruolo che gli viene richiesto.

Le scuole, con un personale insegnante che non ha mai visto un’azienda, che non ne conosce le problematiche e le nuove sfide, non è certo in grado di far uscire diplomati e laureati formati a questi nuovi scenari.

Il senso del mio ragionamento è che al primo posto di questo processo BISOGNA mettere ancora una volta le persone, solo successivamente o comunque in conseguenza di questo PROCESSO CULTURALE si può arrivare ad attivare quelle che il Boston Consulting Group chiama le nove tecnologie abilitanti:

  • Advanced manufacturing solution
  • Additive manufacturing
  • Augmented reality.
  • Simulation
  • Horizontal e vertical integration
  • Industrial internet
  • Cloud
  • Cyber-security
  • Big Data Analytics

Il rischio di invertire le priorità di questo percorso evolutivo nel manufacturing consiste nella creazione, invece di nuova occupazione, di un’ondata di disoccupazione od ancor peggio di inoccupabilità per un numero crescente di persone, in un contesto dove il welfare non riesce più a sostenere lo sforzo richiesto.