Perchè l’Italia non è più un mercato interessante…

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Il lavoro di consulente commerciale e marketing impone la necessità di capire i mercati di sbocco per le aziende di cui ci si occupa di volta in volta. In questo contesto a prescindere dai proclami politici e di parte, occorre rispolverare le basi della macro-economia e dell’economia industriale per cogliere le opportunità commerciali.

In molti articoli, ho trovato spunti di interesse a cui farò riferimento, ma spesso, esattamente come il potere politico dell’attuale e dei trascorsi governi approcciano le problematiche in modo parziale, cogliendo ed operando su alcune delle leve economiche che hanno portato all’attuale situazione, ritengo invece che solo una visione olistica del contesto economico del Paese possa offrire chiavi di lettura articolate e sbocchi di uscita.

Semplificando enormemente lo schema del mercato e della creazione del valore, un sistema industriale ed economico, ed in questo non vi è grandissima differenza tra il settore primario (agricoltura) dal settore tecnologicamente più avanzato, c’è qualcuno che pensa ad un prodotto, crea le condizioni per produrlo nel modo migliore possibile, e lo immette sul mercato. La struttura commerciale che ne cura la distribuzione e vendita al cliente, attraverso un opportuno marketing, dovrebbe essere capace di creare un valore aggiunto capace di restituire al produttore una cifra remunerativamente significativa (dedotti i propri compensi per l’attività commerciale e mktg) capace di giustificare i costi di produzione (manodopera, costi di impianto, energia, r&d, ecc…) e di remunerare il capitale di rischio investito dall’imprenditore. Per effetto di tutta una serie di fattori, che vedremo in parte di seguito, il meccanismo in Italia si è rotto. Tranne in pochissimi settori con una colpa attribuita,  impropriamente, in toto alla globalizzazione dei mercati, la remuneratività dei mercati non è più sufficiente a sostenere il segmento produttivo della filiera.

Se guardiamo, a titolo di esempio, al settore alimentare, vediamo prodotti IGP e DOP italiani come il Parmigiano

Prezzo Parmigiano Reggiano

(dati CLAL)

Reggiano, definito il re dei formaggi, continui a perdere valore sul mercato (dati CLAL), arrivando a remunerare i produttori di latte meno di 0,40€/litro al di sotto dei limiti di sussistenza di un allevamento di bovini per lattazione.

La capacità di esprimere valore aggiunto sul mercato è legato alla forza del brand, a quanto i clienti sono disposti a riconoscere come valore ad un dato prodotto in comparazione ai prodotti concorrenti, per come sono percepiti dai consumatori stessi e non per come vengono definiti dai marketer prezzolati.

Si è rotto un meccanismo, il brand “made in Italy” è stato distrutto dagli stessi che ne chiedevano la difesa, aziende di moda che producendo il 90% dei propri capi di abbigliamento in estremo oriente a pochi dollari al capo, facendo solo operazioni di finissaggio (ripasso, stiro, imbusto,…) propongono articoli di ottimo design ma di qualità sempre più scadente… adducendo a tutto ciò il problema che il costo della manodopera in Italia è ormai insostenibile.

Costo della manodopera alto, con una produttività più bassa della media, come emerge da un interessante articolo che riprende i dati Eurostat, quindi per 1000 € che finiscono nelle tasche di un lavoratore italiano, l’azienda assorbe un costo tra tassazione, previdenza ed imposte varie di 2300 € circa, con il risultato, ai due estremi della catena che il prodotto fatto veramente  in Italia è fuori mercato se venduto al prezzo necessario a remunerare tutta la filiera, dall’altro il potere di acquisto dei lavoratori è sempre più basso ed incapace non solo di garantire una soglia di consumi significativa per il mercato interno, ma che ha portato progressivamente ad un impoverimento generale anche per l’acquisto di prodotti di prima necessità ed un crollo dei consumi interni.

In un contesto di questo tipo il richiamo ad investitori esteri, a mio personale avviso è un atto di totale irresponsabilità, e lo dimostrano le recenti acquisizioni di aziende italiane da parte di società straniere, si stanno concludendo tutte con la delocalizzazione della produzione. Emblematico il caso di STMicroelectronics acquisita da Micron, nonostante i buoni risultati di bilancio, gli utili e tutto il resto, un management che risponde esclusivamente al board degli investitori, se trova modo di raddoppiare gli utili producendo altrove, non mancherà di farlo a dispetto degli impatti sociali ed occupazionali che questo comporterà.

Indici di disoccupazione in Italia

Disoccupazione dati ISTAT

 

Lo stato italiano ormai ha superato il punto di equilibrio definito dalla curva di Laffer, per cui ormai a qualsivoglia aumento dell’imposizione fiscale il risultato sarà comunque una riduzione delle entrate ed un conseguente aumento del deficit pubblico a scapito dell’economia reale, in totale avvitamento, siamo in una situazione che è andata oltre le teorie della “Curva di Phillips”  e delle più recenti teorie NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment) un inflazione contenuta dalla bassa domanda del mercato unita ad un aumento della disoccupazione, ovvero, l’incubo di qualsiasi economista, ma sembra che i governi italiani non vogliano vedere l’evidenza e correre agli opportuni ripari.

 

Detto questo, come le aziende possono uscirne ?

  • Ponendo al centro dei propri obiettivi commerciali i mercati internazionali
  • Crescendo nelle competenze interne di marketing e commerciali rispetto ai mercati target
  • Avvalendosi di consulenze idonee ad accellerare un processo che se gestito in autonomia rischierebbe di avere tempi non coerenti con i bisogni aziendali

Le più fragili da questo punto di vista sono le piccole e medie imprese che non sono sufficientemente strutturate ed organizzate per queste sfide, loro devono cercare di creare strutture commerciali di rete, consorziarsi ed ancora meglio ‘fondersi’ per aumentare la loro capacità propositiva su mercati sempre più competitivi ed agguerriti. Rafforzare il proprio “branding” portandolo al centro di ogni azione di marketing.

Fare azioni di marketing orientate ai mercati esteri non è più solo nelle possibilità delle multinazionali, gli investimenti per l’advertising, grazie all’avvento della comunicazione digitale, sono sempre più accessibili, ma occorre un approccio strategico.

I limiti per le PMI sono soprattutto interni, legati ad una mentalità imprenditoriale e non manageriale, ancorati ai fattori di successo che hanno permesso alle imprese di diventare quello che sono oggi ma che le stanno condannando all’estinzione per “inedia”. Si sta delineando il fallimento delle politiche corporative datoriali e dei grandi consorzi di prodotto, capaci di rappresentare solo gli interessi delle maggiori imprese e non del patrimonio della rete dei medi produttori, dove si rappresenta la vera eccellenza del ‘made in Italy’.

Il mercato interno, ammesso che in brevissimo termine  vengano intraprese le opportune misure macro-economiche, che ancora non si vedono all’orizzonte, non si riprenderà in modo sensibile prima di 4-5 anni e nel frattempo?

Le medie aziende italiane  hanno solo due scelte:

  • estinguersi
  • evolvere

ricordando che la teoria di Darwin, per quanto discussa, resta particolarmente vera soprattutto nei contesti economici in cui parafrasando liberamente si può dire: ” nell’evoluzione della specie non sopravvive  il più forte e tantomeno il più intelligente, ma quello che si sarà adattato più velocemente al cambiamento”.

L’argomento meriterebbe numerosi sviluppi ed approfondimenti, ma spero quanto meno di aver offerto un punto di vista, per quanto soggettivo, utile alle vostre riflessioni.