Bamboccioni: anche no! E’ la società italiana che è sbagliata.

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Vorrei spezzare una lancia per i giovani di oggi, con i quali in passato non sono stato clemente. Ma non si illudano quelli che concludono a 28 anni una laurea triennale, conseguita sulle spalle di mamma e papà, oppure i masterizzati a 35 anni che non hanno mai fatto neppure un lavoretto per mantenersi o qualche forma di stage per provare cosa vuole dire ‘vivere in una azienda’ … voi siete bamboccioni senza appello e con questo chiudiamo il paragrafo.

Mi riferisco ad una, seppur minima, analisi del contesto sociale ed aziendale odierno in Italia. Quando mi capita di parlare in Italia di giovani connazionali che incontro nel mio lavoro all’estero, sento alcuni dirmi:”vabbé ma per fare il lavapiatti o il cameriere con una laurea aveva bisogno di andare a Londra, Parigi o Berlino? Poteva benissimo farlo anche qui, dove assumono stranieri perchè gli italiani non vogliono più fare certi mestieri”. Purtroppo trovo in questi ragionamenti tutta l’italica ottusità e miopia nel guardare la realtà dei fatti. In Italia la mobilità sociale è bloccata, è inesistente,  se ad un certo punto da laureato accetti di andare a fare il ‘lavapiatti’, cosa per cui non ti assumerebbero mai perchè troppo qualificato, per il comune intendere italiano saresti un fallito, per un concetto anglosassone invece, sei uno che sta impegnandosi, sta investendo, per costruire il suo futuro partendo anche dal basso… la differenza è sostanziale!
L’Italia è quel paese, dove solo trent’anni fa, con la possibilità di uscire dal lavoro a 60/65 anni, l’inserimento in carriera di un giovane era l’opportunità, per i colleghi più ‘anziani’ e con esperienza, di avviare un passaggio del testimone, oggi è quasi una minaccia avere sotto di se un giovane rampante che ti ‘fiata sul collo’ e quindi le ‘volpi grigie’ fanno di tutto per tenerlo ai margini delle attività, su compiti operativi e non strategici, per difendere la propria posizione, quella che dovranno tenere forse fino a settant’anni… Le HR, molto spesso, non sono coinvolte in processi di valorizzazione dei talenti e di carriera dei giovani. Il progresso in carriera avviene quasi sempre attraverso il passaggio da una azienda ad un’altra, così si buttano nel gabinetto decine di migliaia di euro di formazione ed esperienza on-the-job spesi (e non investiti) dall’impresa che vengono messi a frutto in un’altra società… quanta stolta miopia.

Le selezioni, leggendo le job description sono rivolte a “giovani, con almeno 5 anni di esperienza nel ruolo, preferibilmente nel medesimo settore di application”. Un ossimoro reiterato. Con 5 anni di esperienza nel ruolo, quelli della mia generazione, non dico che fossero considerati ‘senior’, ma sicuramente erano ritenuti ‘qualificati’…

Quindi non è questione di ‘bamboccismo’ stiamo parlando di un modello sociale, culturale e manageriale sbagliato dalle sue fondamenta! Da questo dipenderà l’Italia del prossimo trentennio e gli orizzonti sono pessimi se non si pone una sterzata brusca, un inversione di rotta radicale. Non è quindi un caso che si incontrino sempre più giovani demotivati, frustrati ed inerti in una società ed in una cultura d’impresa che non gli riconosce il diritto di iniziare a lavorare facendo le pulizie o il fattorino senza precludergli la strada per il ruolo di direttore generale o amministratore delegato. Però da genitore, e questo cerco di insegnare alle mie figlie, voi giovani dovete pretenderlo! Prendetevi il vostro futuro ne avete tutti i diritti! Lottate e credete in qualcosa, partecipando alla vita sociale reale, non (solo) quella dei social media. Se nel Regno Unito è passata la #Brexit, apparentemente (visto che ci sono analisi oggi che mettono in discussione questo dato) perchè gli under 30, europeisti, hanno votato al 56% e gli over 50, anti-UE, hanno votato all’83% voglio dire è colpa vostra… della vostra inerzia, se a 25 o 28 anni vi fate mettere i piedi in testa da un sessantenne! Sveglia il futuro è vostro, predetevelo!
Ai cinquantenni di oggi invece vorrei dire una cosa: “lavoriamo insieme per cambiare questa mentalità, questo modello sociale, dipende anche da noi. Molto spesso si dice che in Italia abbiamo saltato una generazione per far evolvere la società, forse è vero, ma non tutto è perduto. Lavorare con al proprio fianco un trentenne è estremamente stimolante, offre nuove prospettive, visioni che ci sono precluse nell’applicazione dei nostri modelli consolidati, abbiamo ancora 15/20 anni  da dare alle imprese come contributo professionale, facciamolo cambiando la mentalità dall’interno, ci divertiremo di più, mettendoci in gioco un giorno dopo l’altro e scopriremo nuovi stimoli ed energie. Se ognuno di noi lo facesse da domani, in cinque anni al massimo, le organizzazioni aziendali saranno completamente diverse da quello che sono oggi. Forse sono solo un consulente cinquantenne, un poco rincoglionito che non ha smesso di sognare… o forse siete voi in tanti ad aver abdicato ‘la voglia di cambiare’ alla rassegnazione ed inerzia di uno ‘status quo’ che avete paura di intaccare. Pensateci e ditemi cosa ne pensate.