Brexit: come si stanno preparando le imprese italiane?

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Quando si parla di Brexit si fa riferimento sempre e solo alle possibili conseguenze per il Regno Unito. Prendo spunto da una sollecitazione di un articolo de “Il Sole 24 Ore” segnalato da una amica e collega, che palesa dal titolo che a causa della Brexit “Londra rischia di perdere 800 miliardi di sterline nel settore finanziario” solleva la questione a coloro che, come il sottoscritto, dicevano che l’uscita del Regno Unito dall’UE non avrebbe comportato un ‘dramma’ per l’economia britannica.

Innanzi tutto, in base alla mia esperienza professionale di consulente commerciale e marketing anche sui mercati esteri (per circa 8 anni anche su quello del Regno Unito) e per formazione universitaria appassionato di Macro-Economia ed Economia Politica, voglio precisare che non ho mai detto che la Brexit non avrebbe avuto impatto, ma che nel medio periodo il Regno Unito avrebbe avuto gli strumenti e le risorse per uscirne bene, se non meglio di quanto si sostenesse nei paesi UE all’indomani del referendum di giugno 2016.

Stiamo parlando comunque di un paese che ha un 90% di rapporto debito-pubblico/PIL (rispetto al tristemente noto 130% italico), è la seconda economia europea, nel terzo trimestre 2018 il PIL britannico manifestava ancora un trend di crescita (+0,6%), nonostante le turbolenze politiche, in linea con una previsione annua del +1,5% e comunque superiore a gran parte dei principali paesi dell’unione. Un’economia che per ‘fondamentali’ non può non essere considerata in discreta salute.

Chiaramente oggi non si possono ignorare una serie di fattori.

Primo fra tutti che, oltre due anni fa, nessuno avrebbe mai, neppure lontanamente, ipotizzato di trovarsi a 3 mesi dall’uscita dall’UE in una condizione di “no deal” – ovvero, assenza totale di convergenza rispetto ai patti di bilaterali da applicare post-brexit, in considerazione del fatto che esistevano tanti scenari possibili, dall’estensione al Regno Unito degli accordi vigenti con altri Paesi Europei che non hanno aderito all’UE (il cosiddetto Norway Model), fino all’applicazione di altre forme di accordo integrate con clausole ad-hoc.

Peraltro, non dimentichiamo che l’Inghilterra non aveva aderito né alla moneta unica europea, né ai trattati di Schengen, sulla libera circolazione di persone e merci, esistevano quindi già accordi bilaterali vigenti che solo l’intransigenza della UE e dei politici britannici non hanno permesso di estendere o semplicemente modificare in modo ‘lieve’.

Aggiungiamo a tutto ciò la palese inadeguatezza dell’attuale premier britannico, con assenza dello standing necessario e del sostegno politico sufficienti a traghettare la situazione, elementi che si sommano al fatto che gli stessi leader politici inglesi che hanno sostenuto il ‘leave’ nel referendum, poi nei fatti se ne sono lavati le mani o comunque non hanno portato ad un piano convergente.

Quindi l’esito che si palesa oggi è il peggiore possibile. Ma…

…detto questo però, l’articolo, invero un po’ superficiale ed approssimativo, parla di scenario possibile derivante da una analisi/sondaggio di Ernst & Young su un campione rappresentativo di operatori economici e finanziari britannici. Nell’articolo si parla di piani, di possibile rischio; quindi tutte ipotesi, non di situazione in atto, ma pensando in ottica di economia industriale e finanziaria, mi pare ovvio che a fronte di una ipotesi ‘no deal’, e quindi della cosiddetta hard-brexit, le società britanniche investano sul territorio europeo per tenere un piede nel mercato comunitario, quindi se da un lato sottraggono risorse per investimenti fuori dal Regno Unito, dall’altro però garantiranno in prospettiva la continuazione di rapporti di business all’interno dei paesi dell’unione di cui beneficerà comunque l’economia inglese dove rimangono le sedi centrali e le holding.

Ma visto che personalmente tengo di più alle cose italiane piuttosto che a quelle inglesi, la domanda che mi viene spontanea a questo punto è: in caso di “no deal” cosa stanno facendo le imprese italiane per proteggere la continuità del loro business in Inghilterra?

Non possiamo trascurare che il mercato del Regno Unito pesa sulla nostra bilancia dei pagamenti 18 miliardi di export, contro gli 8 di import in Italia per merci e servizi inglesi, quindi con un saldo positivo di +10 miliardi. Stiamo parlando del 7% sul totale del nostro export in Europa, non è un’inezia! Io non sto vedendo un’analoga strategia da parte delle imprese italiane e questo non può non preoccuparmi. Non dimentichiamo che allo stato attuale, il presidente Trump nei suoi recenti incontri a Londra con la premier britannica May, ha garantito condizioni di privilegio per gli scambi commerciali tra USA e Regno Unito, rispetto alla guerra commerciale che ha invece ingaggiato con l’Unione Europea a suon di dazi e limiti alle importazioni dal vecchio continente.

Loro, in perfetto stile anglosassone, si stanno preparando al peggiore scenario possibile, ipotesi di cui si parlava sul Financial Times già a settembre 2017, noi no! Parlando con colleghi Inglesi, colgo un approccio strutturale ai possibili scenari con piani di azione coerenti con le sfide che potrebbero vederli coinvolti. Al contrario non vedo da parte delle medie imprese italiane un approccio che possa essere minimamente strategico in caso di hard-brexit e come dicevo sopra, mancano meno di 3 mesi.

Meditate gente… meditate… perché se sento toni beffardi, nonché lievemente spocchiosi, rispetto all’ipotesi di “no-deal” da parte di alcuni commentatori ed operatori economici tutti focalizzati sui possibili danni per l’economia britannica, percepisco una grande sottovalutazione dei possibili scenari avversi per il nostro paese. In una prospettiva di 3-5 anni, e quindi non domani o dopodomani, chi ha di più da perdere potrebbero essere proprio i paesi rimasti nell’unione, con una flessione significativa delle proprie quote di export.